LA PERDITA DI SUPERFICIE AGRICOLA IN VENETO

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LA GESTIONE DELLE ACQUE

È ormai noto che il clima è cambiato: le stagioni, la siccità, le precipitazioni sono sempre più confuse, e questo ci crea disagio. L’acqua, elemento di prima necessità per la sopravvivenza, di cui il nostro corpo si compone per il 70%, è presente nel mondo in modo dissimile, e per alcuni popoli, drammatico. L’Italia ne avrebbe a sufficienza, ma le cose stanno cambiando in modo preoccupante anche da noi, e per nostra stessa mano. Tanti sono gli errori che commettiamo, ma è venuto il momento di dire basta ad un uso scriteriato, perché la situazione di grave criticità idrica si è ormai più volte presentata. Cominciamo con l’aspetto cementificazione, che ha il significato del “consumo di suolo”, cosa particolarmente ben percepibile in Veneto. Le nostre belle campagne si sono sensibilmente ridotte di superficie, a beneficio di capannoni artigianali e industriali edificati in eccesso e in modo poco organizzato, sotto gli occhi per niente illuminati di chi ci ha governato, e che ora è da pensare, anche per altre ragioni, di demolirne in parte per restituire territorio all’agricoltura, e permettere un miglior collegamento delle acque.
Approvata alla Camera, e ora all’esame del Senato, c’è una proposta di legge che per finalità ha appunto il contenimento del “consumo del suolo”, inteso come impermeabilizzazione di superfici agricole. La proposta è sicuramente valida, prevedendo la fissazione delle quote massime nel consumo di nuovo suolo, l’incentivazione al “riuso”, la tutela delle superfici agricole e forestali, la rigenerazione delle aree degradate. Tuttavia, come spesso accade in Italia, alla fine del suo iter si troverà svilita dalle mille deroghe.
Nell’affrontare il problema dell’emergenza idrica, Il Consiglio regionale del Veneto ha evidenziato alcune criticità: l’assenza di nevicate e di piogge nell’inverno hanno provocato l’impoverimento, sia delle sorgenti montane sia delle falde di pianura, che sono ai minimi storici.
Ho ascoltato chi pianifica e gestisce gli impianti di bonifica e di sfruttamento delle risorse che via via vanno a divenir precarie. È affare complesso gestire l’elemento acqua nei suoi vari aspetti: la difesa del territorio, il soddisfare le esigenze per l’uso umano, industriale, e agricolo.
Si badi che un terzo della nostra regione giace sotto il livello del mare, e come se non bastasse, in quel suolo si è edificato per il 30%. Sono 400 le idrovore in azione a tener bonificati i terreni, e allontanare la malaria. Inoltre, quasi mezzo milione di ettari sono aree soggette ad allagabilità, sprovviste di strutture idonee ad allontanare le acque in eccesso. Ah! la Repubblica Veneta. Ancora oggi sono irrinunciabili le opere illuminate, create dalla Serenissima. Altri grandi lavori di bonifica furono eseguiti nel periodo fascista, opere che hanno reso salubre il territorio, e permesso lo sfruttamento agricolo.  Opere grandiose, fatte senza l’ausilio dei potenti mezzi meccanici ora disponibili. Ho avuto l’opportunità di visitare due strutture, una deputata alla salvaguardia, il “Consorzio di bonifica acque risorgive”, che con serietà e competenza si occupa della sicurezza idraulica e degli interventi sul sistema scolante, che ho potuto apprezzare negli impianti idrovori di Campalto e di Tessera; diversi, e a volte urgenti, sono i provvedimenti d’intervento: riparazione delle erosioni arginali lungo i fiumi e i canali con il ripristino dei muri di sponda danneggiati, l’indifferibile manutenzione degli arredi idraulici dissestati a seguito di avversità atmosferiche, la realizzazione di canali scolmatori, la gestione dei fanghi di dragaggio dei canali di navigazione, il tutto nella costante attenzione al paesaggio, e alla viabilità. L’altra struttura, è invece dedicata a curare e garantire a privati, a enti, e alla stessa natura, la consegna delle acque di cui abbisognano, il “Consorzio di bonifica Brenta”, di cui ho visitato il nodo idraulico di Bassano del Grappa, di delicatezza gestionale: le prese, i due salti, i manufatti della Centrale San Lazzaro, nonché il metodo di riconsegna alla natura delle acque, migliorandole. Nell’assolvere il suo compito istituzionale, questo Consorzio riesce a utilizzare le acque in eccesso anche per la produzione di energia elettrica, rispettando i doveri primari sopra accennati. Anzi, sono in progetto, e auspicabili, altri impianti. Se adeguatamente disciplinato, lo sfruttamento dell’acqua per la produzione di energia è a mio parere metodo intelligente. Si sente spesso dire che le aziende produttrici di energia elettrica sottraggono acque agli usi agricoli. Personalmente non capivo come questo potesse accadere: le Centrali che usano le acque approfittano solo della loro forza nei salti per far girare le turbine, ma poi, tal quale la restituiscono. E qui mi è stato possibile comprendere: l’aspetto negativo risiede nel fatto che le aziende produttrici di energia considerano soltanto le loro esigenze, pensano cioè a far riempire gli invasi anche nei momenti in cui l’acqua serve ad altri usi. Nel metodo dell’ente di bonifica, invece, questo non avviene: per l’uso delle turbine, l’acqua è prelevata esclusivamente quando non serve alle esigenze di industria e di agricoltura. Sarebbe buona cosa che così fosse la regola.
Altra notizia molto interessante, mi sono imbattuto nelle “aree forestali di infiltrazione”: Sono particelle di fondo particolarmente permeabile, non argilloso, in cui vengono scavati canali disperdenti, atti a ricaricare la falda. Ai lati di questi vengono piantumate alberature autoctone, il cui apparato radicale bada a sanare le acque dagli inquinanti da esse veicolati. Questo per periodi anche lunghi, nelle stagioni in cui non serve l’irrigazione. Il sempre maggior prelievo di acqua da parte dell’industria e dell’agricoltura, responsabile della graduale scomparsa delle risorgive, viene in parte compensato da questa tecnica, che nella sua semplicità permette di pareggiare i conti con gli aumentati prelievi. Geniale, nella sua semplicità.
Per entrambi i Consorzi sono lavori che sfuggono all’attenzione dei non addetti, ma penso che sia giusto esserne a conoscenza. È sperabile che solidalmente a un rispetto sempre maggiore nei confronti delle acque, siano alfine posti limiti fermi alla cementificazione selvaggia, che tanti danni ha provocato al Paese.                 Paolo Pilla

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